THE STROKES: Comedown Machine
03
apr.2013
review
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The Strokes - Comedown Machine
7.8/10
Sony Music Entertainment
Sito ufficiale



A chi piacciono gli anni Ottanta? A qualcuno tantissimo, roba che se potessero fare le vasche su una Pontiac decappottabile su e giù per Sunset Boulevard ascoltando Hall & Oates potrebbero morire felici. A qualcun altro invece non piacciono per nulla, che se avessero l’opportunità prenderebbero Corey Hart a testate in ghigna. Gli Strokes mi sa che stavolta hanno scelto la prima. Ma non è poi quel gran problema, e lo dico da appartenente più alla seconda schiera.

Partiamo dal presupposto che gli Strokes di “Is This It” e “Room On Fire” non ci sono più, e che è giusto che sia così. Diciamo anche che sia “First Impressions of Earth” che “Angles” potevano piacere o meno, ma che comunque avevano sempre qualche rimando al punto di partenza musicale degli Strokes – quelle chitarre appena sporche, quel testo di Casablancas che se la tira tutto figo, quegli assolini da nostalgici dei Settanta, che bene o male soddisfavano in parte anche i più cocciuti. Ecco, Comedown Machine alza un po’ il livello di sfida e ci va giù peso, con i cambiamenti.

Certo, ci sono pezzi più “da Strokes". Su tutti 50/50 e All the Time, tutte tirate, distorte e assolose. O anche il primo singolo One Way Trigger, che nonostante il tono un po’ plasticoso resta un classico pezzo rock. Ma il bello sono gli esperimenti. Tap Out parte subito con un assolo nervoso, che uno dice “lamadonna che cattivi stavolta”. Ma tempo un paio di secondi e si inizia con le chitarrine tutte in palm muting, il basso che incalza, la voce un po’ effettata, il ritornello melodicone con un uscita di chitarra tutta veloce che neanche Richie Sambora. Every Breath You Take dei Police fatta di anfetamine e in Fast Forward. Oppure Call It Fate Call It Karma, chiusura del disco, un outro fumoso che sa di ultimi momenti prima della chiusura del bar, con un whisky scadente davanti e la testa tra le mani – ma pronti a fare ancora casino la sera seguente.

La cosa continua, anche più marcata, in altre canzoni. Tipo in Chances, che è tutta lentona e suadente e fa a pugni con le parole di Casablancas, sempre impegnato a recitare il suo ruolo da piacione impenetrabile: “Mi prendo le mie opportunità da solo / Sali sul tuo cavallo e vattene”. Già che ci siamo, un punto guadagnato per i testi: il buon Giuliano è convincente, se ne esce con delle perle come “Anche se il tuo appartamento mi piace molto / Non sento il bisogno di sapere il tuo nome, e tu il mio” (da Tap Out), “Ti rivesti nel letto / Mentre lei dorme / Non è giusto / Ma almeno non è difficile (da One Way Trigger) e genialate come “Chi è quello stronzo / Che guida una Lotus?” (Da Welcome to Japan). A lui mica serve tirarsela coi macchinoni, lui rimorchia anche a piedi.

Sinceramente, mi sembra che con “Comedown Machine” gli Strokes si siano voluti divertire. Hanno voluto lasciarsi dietro la pressione dietro la pubblicazione di “Angles”, con le sue sessioni di registrazione separate e le sue tensioni latenti. Si sono ritrovati tutti assieme, hanno messo giù una decina di pezzi spensierati e li hanno pubblicati. Senza tour di supporto, senza rilasciare interviste, niente di niente. Hanno fatto musica e si sono divertiti un fracco facendolo, come si capisce dalla risata che si sente alla fine di Slow Animals. Proviamo ad ascoltarla con il loro stesso atteggiamento.

Il video di All the Time:



Elia Alovisi

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