The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die: Whenever, If Ever
25
mag.2013
review
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The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die – Whenever, If Ever
9.0/10



È tutto nel loro nome. “Il mondo è un posto splendido e non ho più paura di morire.” Che cosa gli dici a una band che ha scelto di definirsi con una frase così? Ci resti un po’ ammutolito di fronte, ti dici, “Che cacchio gli è venuto in mente a ‘sti qua.” Ma poi, a sentire la musica, capisci e sei d’accordo con loro. Sei felice, ti partono i brividini lungo la schiena dorsale, ti viene voglia di farti venire la gola che brucia a forza di cantare tutti in coro.

Parte Heartbeat in the Brain e già ti trovi tutto di fronte. Le chitarre che sanno sia pompare che avvolgere (un po′ Mogwai e un po′ Explosions in the Sky) le tastierine ottimiste che suonano in accordi maggiori, la batteria che un momento spezza il tempo e quello dopo parte con la cassa dritta che neanche i NOFX. E le tre voci che si intrecciano, due pulite (una che è un gridolino, tutta nasale e spezzata; una presa dritta dritta da un coro, ad allungare e ripulire le vocali) e una a gridare: “So un paio di accordi che potrebbero farti sentire la mia mancanza. Risuonano e si spengono in questo garage, un giorno ogni tanto.”

Sono una band di alti e bassi, i TWIABP. Giocano ad andare piano in Low Light Assembly, rifiutandosi di mettere la batteria sotto la cantilena che gli altri strumenti portano avanti. E poi corrono come pazzi in The Layers of Skin We Drag Around, che alla fine sono lì con la lingua fuori e le bottigliette vuote, che neanche possono rinfrescarsi un attimo. Ed entrambe le cose le fanno in Picture of a Tree That Doesn’t Look Okay, dove un po’ sentono il rimpianto mordergli il cuore e si impegnano a cambiare, anche se magari non ce la faranno mai. Ma non importa, in fondo. “Quando mai, e se mai metterò a posto la mia vita mi scuserò per tutte le cose che avrei dovuto dire”, dicono.

La storia che raccontano i TWIABP è semplice: la loro. Gig Life ci parla dell’andare in tour, del lasciarsi dietro casa per poi ritrovarsi “a fissare un lago accanto all’autostrada Nel mezzogiorno della West Virginia.” Ci fanno sapere anche che cosa ascoltano mentre guidano (i Rival Schools e i mewithoutYou, dicono). Ed è tutto un’immensa necessità di sentirsi a casa, di sentirsi accettati, di sentirsi come se la propria vita stesse andando da qualche parte, in una città, in una via, tra quattro mura – anche se “Accatastiamo mattoni, ma un muro non implica sempre un luogo in cui vivere” (da Fightboat). Anche una cosa semplice come andare a prendere un po’ di bibite (Getting Sodas) diventa un’impresa degna di un film di Michael Bay. Un crescendo, un muro di chitarre e batterie, e un coro: “quando le nostre voci ci abbandoneranno, troveremo nuovi modi per cantare. Quando i nostri corpi ci lasceranno troveremo gioia nella pace che ci porterà.”

Le cose finiscono, ma la cosa non deve preoccuparci. Perché è proprio il fatto che finiscano a dargli un senso, e a permetterci di sperimentare in piccolo tutto quello che siamo a fare su questo mondo: nascere e morire, percorrere un arco di cui conosciamo il punto d’origine e quello dove si spegnerà. E, sulle spalle, portiamo il fardello più pesante, ma per questo quello più gratificante. Cioè la consapevolezza che quello che sta in mezzo l’abbiamo in mano solo noi, e sta a noi renderlo splendido.

NowDownload: Picture of a Tree That Doesn’t Look Okay

Potete ascoltare gratis l′album sul profilo Bandcamp della Topshelf Records, la loro etichetta, e acquistarlo per 7$:

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