Dirty Beaches: Drifters/Love Is The Devil
27
mag.2013
review
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Dirty Beaches – Drifters/Love Is the Devil
8.2



Alex Zhang Hungtai fa musica da solo. Prende samples un po’ qua un po’ là, programma batterie elettroniche, ci suona sopra la chitarra, ci mette un po’ di effetti, ci dice sopra qualche parola. Quello che esce, fino ad oggi, sono stati pezzi dallo stampo un po’ country e un po’ rock ‘n’ roll, gracchianti e fumosi, come usciti dal JukeBox di un pub in Tennessee rimasto fermo agli anni ’70. Vedi i toni ammalianti di Lord Knows Best, o il ronzio di Speedway King – entrambi estratti dal suo esordio, “Badlands”. Tutto questo c’è ancora, su “Drifters / Love Is the Devil”, ma solo in parte. Per il resto, si viaggia su territori eterei e/o angoscianti che non figurerebbero male nella colonna sonora di un film di David Lynch (anche se già ci avevano pensato gli Stars of the Lid).

Già dal titolo ci si accorge che Alex ha voluto delineare un dualismo nei suoi nuovi pezzi – che comunque sono presentati come opera unica, nonostante il doppio titolo. Da una parte, “Drifters” (“Vagabondi”): pezzi in continuità con ciò che ha fatto finora, scanditi da batterie più o meno lineari,  mantra di sample vocali più o meno comprensibili, linee di tastiera e chitarra frammentarie. L’unione gli riesce piuttosto bene in Belgrade e nella sua sorta di assolo chilometrico che, modulandosi, arriva quasi a stonare – solo, in modo decisamente piacevole. Ma lo stesso vale per Night Walk, con il suo beat da DJ set e gli echi di voce e chitarra a scandire ogni battuta.

Dall’altra, abbiamo “Love is the Devil” (“L’amore è il diavolo”): una frase perentoria, tutto tranne che ottimista, che fa calare una nebbia ancora un po’ più fitta sulle composizioni del nostro Alex. Qua i punti di riferimento cambiano, e non di poco: ci mettiamo Grouper, come certe cose dei Godspeed You! Black Emperor, o anche William Basinski e i suoi Disintegration Loops. Minuti e minuti di drone e ambient, note allungate e allungate che quasi si dimenticano di finire, e i vari strumenti che quasi accennano note – per poi ricordarsi di essere solo una piccola parte del tutto, e allora abbassare la testa e andare avanti in silenzio. Prendiamo Alone at the Danube River: è musica desolata, perforante, un sottofondo perfetto per lasciarsi cadere nel sonno quando hai passato la serata con in mano una birra che neanche avevi voglia di bere e nulla è cambiato rispetto a quando sei uscito. Oppure I Don’t Know How to Find My Way Back to You, con i suoi accenni malinconici e nostalgici, quasi come un disco ritrovato in soffitta e messo sul piatto tanto per passare il tempo – ma che in realtà, ascoltandolo, si rivela una madeleine e ti tira fuori ricordi agrodolci che neanche pensavi ti fossero rimasti dentro.

La musica di Dirty Beaches è complessa, certo, ma per questo soddisfacente. Sono canzoni da mettere su anche come sottofondo, da lasciarci scorrere sotto mentre studiamo, leggiamo o lavoriamo. Ma sono note che, zitte zitte, lavorano intensamente e ti scavano dentro.

NowDownload: Like the Ocean We Part  

Elia Alovisi

Il video di "Casino Lisboa":

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